Descrizione
L'Arco dei Gavi è un arco romano di Verona, accanto a Castelvecchio, tra i pochi archi onorari dell'antichità costruiti per una famiglia privata e non per un imperatore. Venne eretto intorno alla metà del I secolo per celebrare la gens Gavia.
La cosa da guardare è la facciata con quattro colonne corinzie alte su un piedistallo, due al centro che reggono un frontone come una piccola edicola. In mezzo c'è il fornice principale, con pilastri decorati da candelabre scolpite a motivi vegetali. Ai lati due nicchie strette, che contenevano le statue dei membri della famiglia.
Anche i lati hanno qualcosa di insolito: la maggior parte degli archi romani ha qui un muro cieco, mentre questo ha un fornice minore e sopra una finestra. L'interno ha un soffitto piano a cassettoni, e in uno si riconosce un volto di Gorgone circondato da rosoni.
Poi c'è la firma di Lucio Vitruvio Cerdone, scritta due volte sui pilastri interni, così da leggerla sia entrando sia uscendo. Gli architetti romani non firmavano quasi mai: questo caso è estremamente raro.
Cerdone era uno schiavo greco liberato. Il nome Vitruvio fece sognare il Rinascimento: ricorda l'autore del «De architectura», e c'è chi ipotizza che fosse un suo liberto. Per questo l'arco fu studiato, disegnato e copiato da Palladio, Sangallo, Serlio, Falconetto, Sanmicheli, Bellini e Mantegna.
La sua storia è un viaggio. Sorgeva sulla via Postumia, poco fuori dalle mura romane. Nel Medioevo fu spogliato e inglobato nella nuova cinta come porta urbica, la porta di San Zeno; poi entrò nel sistema difensivo di Castelvecchio, con un posto di guardia dentro il vano.
Nel 1550 la Repubblica Veneta cedette l'area a privati, che liberarono l'arco dalle mura e dalle casupole. Ma nel 1805 il Genio Militare francese lo fece smontare, per ragioni di sicurezza militare e di traffico.
I blocchi furono rilevati uno per uno, finirono in piazza Cittadella e poi al sicuro negli arcovoli dell'Arena. Nel 1812 Giuseppe Barbieri ne fece un modello in legno in scala ridotta, conservato al museo archeologico del Teatro Romano.
L'arco fu ricomposto per anastilosi e inaugurato il 28 ottobre 1932 nella piazzetta di Castelvecchio. Dov'era prima lo segna un rettangolo di marmo sulla strada davanti al castello.
La cosa da guardare è la facciata con quattro colonne corinzie alte su un piedistallo, due al centro che reggono un frontone come una piccola edicola. In mezzo c'è il fornice principale, con pilastri decorati da candelabre scolpite a motivi vegetali. Ai lati due nicchie strette, che contenevano le statue dei membri della famiglia.
Anche i lati hanno qualcosa di insolito: la maggior parte degli archi romani ha qui un muro cieco, mentre questo ha un fornice minore e sopra una finestra. L'interno ha un soffitto piano a cassettoni, e in uno si riconosce un volto di Gorgone circondato da rosoni.
Poi c'è la firma di Lucio Vitruvio Cerdone, scritta due volte sui pilastri interni, così da leggerla sia entrando sia uscendo. Gli architetti romani non firmavano quasi mai: questo caso è estremamente raro.
Cerdone era uno schiavo greco liberato. Il nome Vitruvio fece sognare il Rinascimento: ricorda l'autore del «De architectura», e c'è chi ipotizza che fosse un suo liberto. Per questo l'arco fu studiato, disegnato e copiato da Palladio, Sangallo, Serlio, Falconetto, Sanmicheli, Bellini e Mantegna.
La sua storia è un viaggio. Sorgeva sulla via Postumia, poco fuori dalle mura romane. Nel Medioevo fu spogliato e inglobato nella nuova cinta come porta urbica, la porta di San Zeno; poi entrò nel sistema difensivo di Castelvecchio, con un posto di guardia dentro il vano.
Nel 1550 la Repubblica Veneta cedette l'area a privati, che liberarono l'arco dalle mura e dalle casupole. Ma nel 1805 il Genio Militare francese lo fece smontare, per ragioni di sicurezza militare e di traffico.
I blocchi furono rilevati uno per uno, finirono in piazza Cittadella e poi al sicuro negli arcovoli dell'Arena. Nel 1812 Giuseppe Barbieri ne fece un modello in legno in scala ridotta, conservato al museo archeologico del Teatro Romano.
L'arco fu ricomposto per anastilosi e inaugurato il 28 ottobre 1932 nella piazzetta di Castelvecchio. Dov'era prima lo segna un rettangolo di marmo sulla strada davanti al castello.