Descrizione
La Porta Borsari è una porta romana di Verona, in fondo a corso Porta Borsari: la facciata in pietra bianca, alta circa 13 metri, con due archi e due file di finestre, è ciò che resta dell'ingresso principale della Verona romana.
Quel che si vede è la facciata, in pietra bianca della Valpantena. Al piano inferiore ci sono due grandi archi, ognuno incorniciato da due semicolonne con capitello corinzio, una trabeazione e un frontone.
Sopra si sviluppano altri due piani, con sei finestre ciascuno, incorniciate da decorazioni sottili. Al primo piano le due finestre centrali hanno piccole edicole; al secondo sono comprese fra colonnine. L'effetto è ricco e colorato, voluto per un ingresso che doveva fare scena.
Sull'architrave si legge un'iscrizione di Gallieno, l'imperatore che nel 265 d.C. fece intervenire sulle mura della città. Non fu una vera ricostruzione, ma un ripristino con ampliamenti.
Il lato verso la città, invece, è sparito del tutto. Quello verso la campagna è l'unico rimasto, ed è stato restaurato negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, fissando le parti più danneggiate e coprendo le superfici esposte con lastre di piombo contro i ristagni d'acqua.
Per i Romani era l'ingresso principale: chi arrivava dalla via Postumia si ritrovava sul decumano massimo. Allora si chiamava Porta Iovia, perché era dedicata a Giove, come il tempio di Giove Lustrale lì vicino.
Il nome di oggi viene dal Medioevo, quando qui lavoravano i bursarii, gli esattori che riscuotevano i dazi sulle merci in entrata e in uscita.
La porta originale era in mattoni, costruita nella seconda metà del I secolo a.C. insieme alle mura. Aveva pianta quadrata con una corte interna, dove si fermavano e controllavano i viandanti, e verso la campagna due alte torri.
Nella prima metà del I secolo d.C. la città volle farsi più bella. La porta fu vestita di pietra bianca, con nuove facciate sul lato del Foro e su quello della campagna. Poco distante c'era anche una stazione di posta, con chi gestiva i trasporti per l'amministrazione pubblica.
Nel Rinascimento la porta fu studiata da Giovanni Caroto e da Andrea Palladio, ma non a tutti piacque: Sebastiano Serlio non la ritenne degna di comparire nella sua opera.
Quel che si vede è la facciata, in pietra bianca della Valpantena. Al piano inferiore ci sono due grandi archi, ognuno incorniciato da due semicolonne con capitello corinzio, una trabeazione e un frontone.
Sopra si sviluppano altri due piani, con sei finestre ciascuno, incorniciate da decorazioni sottili. Al primo piano le due finestre centrali hanno piccole edicole; al secondo sono comprese fra colonnine. L'effetto è ricco e colorato, voluto per un ingresso che doveva fare scena.
Sull'architrave si legge un'iscrizione di Gallieno, l'imperatore che nel 265 d.C. fece intervenire sulle mura della città. Non fu una vera ricostruzione, ma un ripristino con ampliamenti.
Il lato verso la città, invece, è sparito del tutto. Quello verso la campagna è l'unico rimasto, ed è stato restaurato negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, fissando le parti più danneggiate e coprendo le superfici esposte con lastre di piombo contro i ristagni d'acqua.
Per i Romani era l'ingresso principale: chi arrivava dalla via Postumia si ritrovava sul decumano massimo. Allora si chiamava Porta Iovia, perché era dedicata a Giove, come il tempio di Giove Lustrale lì vicino.
Il nome di oggi viene dal Medioevo, quando qui lavoravano i bursarii, gli esattori che riscuotevano i dazi sulle merci in entrata e in uscita.
La porta originale era in mattoni, costruita nella seconda metà del I secolo a.C. insieme alle mura. Aveva pianta quadrata con una corte interna, dove si fermavano e controllavano i viandanti, e verso la campagna due alte torri.
Nella prima metà del I secolo d.C. la città volle farsi più bella. La porta fu vestita di pietra bianca, con nuove facciate sul lato del Foro e su quello della campagna. Poco distante c'era anche una stazione di posta, con chi gestiva i trasporti per l'amministrazione pubblica.
Nel Rinascimento la porta fu studiata da Giovanni Caroto e da Andrea Palladio, ma non a tutti piacque: Sebastiano Serlio non la ritenne degna di comparire nella sua opera.